Visto che questo forum non viene praticamente visitato da nessuno ho deciso di sfruttarlo per migliorare la mia scrittura.
Domani sarà fondamentale non fare "orrori" lessicali, se tutto va bene dovrei mantenere la media dell' otto.
Inizierei parlando dell'"Eneide", il poema è stato scritto da Virgilio che prende spunto da Omero, infatti: i primi sei libri che parlano del viaggio di Enea sono molto simili all' "Odiessea", invece gli altri sei sono più simili all' "Iliade" poichè narrano le vicende fra Latini e Rotuli.
Enea, figlio di Venere, scappa da Troia in fiamma con il padre Anchise. Durante la fuga Enea lascia in dietro sua moglie Cleusa, quando ritorna per cercarla trova soltanto l'ombra della sua amata che lo convince ad andarsene senza di lei.
Nel poema Enea è diverso rispetto agli altri eroi omerici, il prince troiano molto spesso risulta dubbioso nelle sue scelte al contrario, nei poemi omerici gli eroi risultano sempre sicuri delle proprie scelte.
Mi sono già rotto a scrivere su internet, penso sia meglio ripassare un po' prima di esternare i miei temi.
venerdì 22 maggio 2009
domenica 10 maggio 2009
Inedita e speciale
La grande classe di Goran Pandev, le magie di Antonio Cassano, le mirabili prodezze di Maurito Zarate e i tanti gol di Pazzini e Tommaso Rocchi. Non c’è mai stato un Lazio-Sampdoria così affascinante. Sarà una finale inedita questa del 13 maggio 2009, finale unica allo Stadio Olimpico di Roma, come il primo Lazio Fiorentina del 24 settembre 1958 riproposta allora dopo 15 anni di interruzione. In quella partita terminata con una fiaccolata la Lazio vinse il suo primo trofeo con una rete di testa di Maurilio Prini che purtroppo ci ha lasciato lo scorso 29 aprile. Quattro trofei a testa per le due squadre partecipanti, una delle due raggiungerà nel palmares Inter, Milan e Torino. Roberto Mancini che ha il record di vittorie, finali disputate e presenze nella manifestazione (120) è l’anello di congiunzione tra i giocatori di Samp e Lazio, ma affascinante è anche la presenza in campo di Nicolò Frustalupi figlio dello sfortunato eroe dello scudetto del 1974, oggi vice allenatore blucerchiato. E’ la prima finale anche per i due allenatori Delio Rossi e Mazzarri. Tanti comunque i giocatori/allenatori comuni, soprattutto quelli della grande Lazio di Cragnotti (che vinse nel 2000, anno del suo centenario sportivo tutti i trofei italiani a sua disposizione) compreso Beppe Signori uno dei pochi a compiere il passaggio inverso. Signori lasciò proprio da capocannoniere il trofeo vinto nel 1997-98 passando alla Samp, senza disputare il doppio derby dei quarti di finale. In quel campionato la Lazio vinse 4 derby su 4 un record assoluto nelle stracittadine. Per i blucerchiati è il decennio tra la metà degli anni ottanta e gli anni novanta a portare tutti gli allori. In quel periodo d’oro la Samp del compianto presidente Mantovani (tifoso Laziale) arrivò sei volte alla finale vincendola quattro volte. L’ultima a vincere è stata la Lazio del recordman Mancini allenatore nel 2003-2004, ma il suo presidente-sorriso di allora l’Avv. Ugo Longo ci ha lasciato da pochi mesi, sarà quindi finale inedita anche per i presidenti attuali attenti ai bilanci e alla gestione, ma finora senza trofei. In palio poi non c’è solo la coppa, ma la partecipazione alla nuova Europa League e la SuperCoppa di agosto addirittura a Pechino. Sarà una serata di grandissimo pubblico, con la presenza istituzionale del presidente della repubblica italiana. Polverizzati ogni tipo di tagliandi venduti a Roma con file interminabili alle rivendite, ma con una massiccia presenza anche di tifosi in viaggio da Genova. Gli sportivi biancocelesti sono pronti a colorare tre quarti di stadio con le coreografie in cantiere della Curva Nord e del Sodalizio in Tevere, ma a tutti è richiesto un contributo: una bandiera e la maglia indosso e lo stesso faranno sicuramente i doriani. Le due tifoserie ricorderanno insieme chi ha perso la vita l’11 novembre del 2007 nell’autogrill di Badia al Pino, la sua famiglia attende che sia fatta giustizia ed i tifosi blucerchiati come tante altre curve d’Italia hanno espresso più volte la loro solidarietà al popolo Laziale.
Gabriele sempre con noi!
sabato 9 maggio 2009
Lazio: Contro l'Udinese un disastro... Ora serve carattere..!

Tra Lazio e Udinese la vera protagonista è la Curva Nord. Canti, cori e slogan che scandiscono un appuntamento lontano ancora quattro giorni. La Coppa Italia nella testa, la Lazio nel cuore, pronta a rilanciare un emozione ancora giovane da consumare prima di spalancare il sipario su uno spettacolo che resterà scolpito a lungo nella storia laziale. Lazio-Udinese scivola via in sordina, fra luci ed ombre e con pochi sussulti tutti in chiave udinese. Finisce con un 3-1 di marca bianconera che sa di disfatta laziale. Una partita incolore degli uomini di Rossi, che lasciano il campo con tanti dubbi e troppe incertezze e proprio a ridosso della partita più importante dell’anno. Eppure a partire bene è stata la Lazio che inizia giocando in scioltezza e senza remore. Al 6’ è Rocchi a spaventare gli ospiti quando prima si mostra abile nel rubar palla a Zapata, ma poi si perde fra le maglie della difesa bianconera. La squadra di Rossi prova ad insistere e al 13’ è Simone Del Nero a provare la botta da fuori, Handanovic però si fa trovare pronto sulla respinta. Il match fila via lento e senza troppi sussulti. L’Udinese controlla e addomestica la gara puntando molto sul fraseggio corto e l’interdizione a centrocampo. Poche emozioni in una prima frazione che annovera fra le note da ricordare almeno tre probabili rigori bianconeri causati da De Silvestri, ma non fischiati dall’arbitro.
Per registrare la prima e unica vera emozione della gara bisogna attendere il 40’. Il brivido parte da sinistra innescato dai tacchetti di Zàrate. Uno spiovente in area friulana che da sinistra imbecca Tommaso Rocchi. Il capitano laziale non trova però l’attimo giusto per colpire a rete da pochi passi e la palla rimbalza davanti al portiere dell’Udinese. Lichtsteiner perciò si catapulta sulla sfera, ma il suo tentativo si vanifica tra le braccia di Handanovic. La Lazio sembra assente e con la testa altrove l’Udinese sorniona invece prepara il colpaccio da presentare al rientro. Cala il sipario infatti su un primo tempo da pari e patta e dai tanti sbadigli. Ma nel secondo atto i biancocelesti si preparano alla disfatta. Poche idee sulla mediana e la lentezza davanti bloccano la manovra laziale. Rossi proma a muovere le pedine in campo e spedisce nella mischia Brocchi per un malconcio De Silvestri. Al 10’ squillo di tromba biancoceleste che esalta e illude. Zàrate sfoggia le sue doti da assist-man e al limite dell’aria udinese il talento argentino conquista palla, lotta e poi pennella per Rocchi. Il capitano laziale colpisce come sa. Potenza, rapidità e precisione. Un fendente che dal limite si insacca alle spalle di un incolpevole Handanovic, costretto a guardare il pallone gonfiare la sua rete. Una gioia grande, ma momentanea, resa ancor più effimera dal pronto pareggio friulano. A riequilibrare le sorti del match infatti ci pensa Floro Flores, che appena entrato al posto di uno spento Sanchez si guadagna la sfera sulla trequarti biancoceleste e colpisce la Lazio con un bolide che stupisce tutti, anche Muslera. Mossa azzeccata dello stratega marino che con un paio di accorgimenti mette nel sacco Rossi e la Lazio. Il match si infiamma se non nel ritmo almeno nelle giocate. Al 23’ Zàrate prova i riflessi di Handanovic dalla distanza, che si esibisce in tuffo. Un minuto più tardi sono gli uomini di Marino a capovolgere il risultato. Il 2-1 friulano è opera di D’Agostino. L’ex-giallorosso colpisce direttamente da calcio di punizione con un colpo dei suoi. La pennellata potente e precisa su punizione è un’arma infallibile che il numero 21 bianconero sfoggia contro Muslera contro cui il portiere uruguaiano nulla può. Ma non finisce qui. La compagine allenata da Rossi appare lenta e macchinosa. Zàrate si prodiga davanti (forse anche troppo, vista la finale in programma mercoledì, ndr), ma a centrocampo e negli ultimi 16 metri non viene supportato abbastanza. Le avanzate friulane si fanno sempre più pericolose e il nuovo innesto Floro Flores scardina da solo la retroguardia biancoceleste. Al 40’ infatti Sebastiano Siviglia si fa cogliere in ritardo sull’attaccante bianconero e lo atterra in area. Rigore sacrosanto, calciato e realizzato da Quagliarella. Il 3-1 mortifica la Lazio che potrebbe abbandonare il campo con un passivo addirittura più pesante. Finisce così con un pesante ko che fa scattare l’allarme in casa Lazio proprio a ridosso della finalissima con la Samp. I blucerchiati spediscono a Roma il loro biglietto da visita carico di una pesante cinquina rifilata alla Reggina. Mercoledì sarà tutta un’altra partita ovviamente, e ci aspettiamo una Lazio diversa, ma intanto nell’attesa nessuno nella Roma biancoceleste, dorme sonni tranquilli…
Lichtsteiner avverte:"Con la Samp serve un'altra Lazio!"
Stephan Lichtsteiner in mixed-zone:"Abbiamo fatto un partita buona, ma non buonissima. Abbiamo fatto l'1-0, poi abbiamo preso il pareggio e ci si può stare. Poi, invece, abbiamo preso il 2-1 in maniera stupida su calcio d'angolo. Spero che la testa fosse alla finale, perchè se giochiamo anche mercoledì come negli ultimi 30' di oggi è difficile che riusciremo a far qualcosa di buona. Comunque, sono veramente ottimista e convito che potremmo fare una buona partita. La Samp ha vinto 5-0? Mercoledì sarà un altra partita".
Lazio-Udinese 1-3: Rocchi non basta, l'Udinese dilaga
L'Udinese espugna l'Olimpico, trovando la quinta vittoria consecutiva che le consente di portarsi a -2 dall'agognata zona Uefa. Dopo un brutto primo tempo, nella ripresa decidono Floro Flores, D'Agostino (grandissima punizione) e Quagliarella (rigore), che rispondono al vantaggio di Rocchi per una Lazio con la testa alla finale di Coppa Italia di mercoledì. Espulso Brocchi nel finale.
SCHIERAMENTI — Delio Rossi fa pochissimo turn-over in vista della finale di Coppa Italia. A parte le assenze forzate di Pandev e Foggia, riposano soltanto Kolarov e Brocchi, oltre a Ledesma (squalificato). In avanti nessuna novità: spazio al tandem Zarate-Rocchi. Marino dal canto suo si presenta all'Olimpico con la formazione tipo: Domizzi rimpiazza l'indisponibile Felipe al centro della difesa, e il tridente è formato da Pepe-Quagliarella-Sanchez, con Floro Flores inizialmente in panchina.
AVVIO — Ne viene fuori una partita bloccata. I biancocelesti sono più vivaci in avvio, con Zarate che parte una decina di metri dietro a Rocchi e cerca la complicità di Del Nero e Lichtsteiner per bucare in velocità la difesa di Marino. I friuliani prendono le misure (senza nemmeno rischiare granché) e provano a rispondere sfruttando le corsie estene, dove Sanchez (soprattutto) e Pepe si danno da fare. Ne escono un paio di cross insidiosi e poco più.
NOIA — Per il resto prevale la noia. I friulani giocano più la palla, senza però riuscire ad alzare il ritmo. Quagliarella e Sanchez sono costretti a provarci da fuori, con scarsi risultati. Dall'altra parte, Zarate perde smalto dopo il primo quarto d'ora e le uniche velleità offensive sono affidate alle sgroppate di De Silvestri e Lichtsteiner. Troppo poco per un primo tempo che non lascia tracce: zero gol, zero occasioni, zero ammoniti. Ma un sicuro episodio da moviola, al minuto 31: Sanchez ruba il tempo in area a De Silvestri, che sembra atterrarlo. Da rivedere.
RIPRESA — Si ricomincia con Brocchi al posto di De Silvestri. La gara è subito più vivace e si sblocca dopo dieci minuti: Zarate appoggia al limite per Rocchi, che si gira sul destro e batte Handanovic con un siluro sotto il "sette". Marino corre subito ai ripari: fuori Sanchez, che ha speso molto, dentro Floro Flores. E l'attaccante napoletano ripaga la fiducia al primo pallone toccato, con un destro sul primo palo che vale l'immediato 1-1.
MAGIA — Il botta e risposta rianima l'incontro. Zarate cerca il 2-1 con un destro violento da fuori, ma Handanovic ci mette i pugni. Passa un minuto e Matuzalem atterra Asamoah al limite. La mattonella è quella giusta per D'Agostino, che inventa una magia mancina che tocca il palo prima di infilarsi alle spalle di Muslera. La Lazio probabilmente ha la testa alla finale di mercoledì e cerca il pari con poca convinzione. Nel finale, Quagliarella sigla il 3-1 su rigore (fallo di Siviglia su Floro Flores) e sfiora la doppietta con un delizioso pallonetto che sbatte sulla traversa.
Lazio-Udinese: Rocchi-Zarate per vincere
All'Olimpico la Lazio ospita l'Udinese. I biancocelesti, dopo due ko consecutivi, vogliono riscattarsi davanti al pubblico di casa. Bianconeri a Roma a caccia di punti Uefa. Rossi si affida alla coppia Rocchi-Zarate in attacco.
Lazio: Muslera, De Silvestri, Siviglia, Rozehnal, Radu, Lichtsteiner, Dabo, Matuzalem, Del Nero, Zárate. Rocchi.
Udinese: Handanovic, Isla, Zapata, Domizzi, Pasquale, Inler, D'Agostino, Asamoah, Pepe, Quagliarella, Sánchez.
Lazio, l'obiettivo è Materazzi
Sondaggio per Marco Materazzi dell’Inter. E’ successo a S.Siro sabato scorso. Lotito ha chiesto informazioni sul difensore nerazzurro che non trova spazio con Mourinho. E’ una situazione da approfondire, c’è la tentazione, se ne riparlerà. Materazzi ha un contratto sino al 2010, non è escluso che Moratti lo lasci libero a fine stagione, un anno prima della scadenza dell’accordo. Ha un ingaggio super da 3,6 milioni di euro. Ma una separazione consensuale, accompagnata da una robusta liquidazione, permetterebbe al giocatore di accettare un’ipotetica offerta laziale e la pista diventerebbe praticabile. Materazzi ha intenzione di giocare almeno per altri due anni, si sente chiuso in panchina, sogna di riconquistare la fiducia di Lippi in vista dei prossimi mondiali. Lotito, a fine partita, s’era lasciato scappare l’identikit in zona mista, davanti ai microfoni: «Rinforzi? Abbiamo la necessità di avere un marcatore cattivo e roccioso», il profilo di Materazzi combacia perfettamente per caratteristiche.
Non è la prima volta che la Lazio pensa a questo gigante. Per Rossi è il cosiddetto dominante cui affidare il reparto difensivo, l’avrebbe accolto a braccia aperte in passato. Nel 2006 l’ex diesse Walter Sabatini provò a portarlo a Roma, accadde prima del Mondiale tedesco. Materazzi fu un protagonista assoluto e al rientro a Milano prolungò con Moratti firmando un contratto multi- milionario. L’idea non andò avanti, tramontò Quasi subito. Materazzi è un tifoso laziale da sempre. Compirà 36 anni ad agosto. Andrebbe valutato il suo stato di forma, viene però da una stagione di inattività. Ha voglia di rilanciarsi alla grande e di chiudere bene la carriera.
Un suo eventuale arrivo darebbe ancora più esperienza al reparto, regalerebbe centimetri e cattiveria alla difesa. L’interista si aggiungerebbe ad un altro esperto come Siviglia, a Rozehnal e ad un giovane come Diakitè (Cribari sembra destinato a partire). Materazzi tornerebbe a Roma volentieri. E’ sbocciato nel settore giovanile del Tor di Quinto. Si allenava a due passi dal ”Maestrelli”, è cresciuto nel mito del papà, il signor Giuseppe, che è stato allenatore della prima Lazio di Di Canio. Marco andò a cercare fortuna altrove: Marsala, Trapani, Carpi, infine Perugia, dove si è affermato. Una stagione in prestito anche in Premier League, all'Everton, prima di tornare nel campionato italiano. E poi l'Inter, che gli ha permesso di diventare un punto fermo della Nazionale. E’ stato questo il suo percorso calcistico. Non si sente finito.
Rinnovi: chi rimane?
Maurito resta, Maurito va, Lotito torna dall’Oriente con l’intero cartellino del tappeto volante…o no?
La risoluzione del dilemma sembra fondamentale, ora che -finale di Coppa Italia a parte- la stagione, con la sconfitta di Bergamo, non sembra avere più molto da dire.
Questo ragazzetto piccolino e pallido è entrato da subito nel cuore del popolo laziale. Troppo egoista, un po’ discontinuo, un bel caratterino…Un personaggio, insomma. E la gente questo vuole. Non solo il campioncino goleador che segna anche al derby, ma anche er pischello che si arrabbia un po’ troppo per le sostituzioni, che ogni tanto scalcia via la palla, che dichiara di voler vincere lo scudetto in anni che per la Lazio proprio brillantissimi non sono.
Il Presidente è tornato da Doha senza l’ufficialità, ma con una buona dose di ottimismo. L’incontro con il fratello-procuratore del campione argentino è fissato a mercoledì a Roma. Sergio Zarate non vuole parlarne, dice solo che all’80% il nuovo beniamino dei tifosi resterà in biancoceleste. Bisogna chiudere tutto entro il 30, ma di vocifera che l’Al-Sadd voglia i soldi in un’unica soluzione, e che Maurito chieda qualcosa in più di ingaggio.
Il caso Pandev tiene ancora banco. Le richieste sono tante, e se non dovesse arrivare l’accesso all’Uefa la sua permanenza non sarebbe così sicura….Goran è, insieme a Zarate, il massimo idolo dei tifosi, quello che prende pochissimi soldi nonostante la sua fama internazionale.
Si teme anche per Ledesma. Alcune sue dichiarazioni, e diverse “uscite” del suo procuratore D’Ippolito non sono state molto gradite dai tifosi, che sul centrocampista di Buenos Aires si dividono. C’è chi lo vuole fuori squadra per motivi legati al presunto scarso attaccamento alla maglia, e chi invece sostiene che in ogni caso abbia sempre fatto il suo dovere e sia il vero faro della squadra.
I tifosi sperano di trattenere anche Matuzalem, che quest’anno è stato molto frenato dagli infotuni, ma ha cercato comunque di garantire sicurezza a metà campo insieme a Ledesma.
Speriamo tutti che la Lazio possa ripartire da loro.
Affare Zàrate, Lotito: " Ho dato voce alle richieste dei tifosi "
Un Claudio Lotito sereno e soddisfatto quello che ieri si è presentato allo stadio Olimpico per promuovere l’iniziativa benefica a favore delle popolazioni terremotate dell’Abruzzo. Sorridente e di buon umore, il numero uno biancoceleste si è fermato a parlare di calcio con grande disponibilità. Inevitabile, anche in un contesto sociale, tornare all’attualità della squadra biancoceleste. Una Lazio che si appresta ad affrontare la finale di Coppa Italia con la Sampdoria proprio allo stadio Olimpico, ma soprattutto a tenere banco è l’affare Zarate.
Ironico Il fratello Sergio, manager di Maurito, ha ammesso che il talento argentino resterà alla Lazio al 99%, e l’1% mancante è affidato a Lotito. «Mi auguro non sia subordinato alla mia permanenza in questo mondo — ha ribattuto scherzando il presidente —. Per trattenere Zarate abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità». In realtà è stato fatto un grande sacrificio economico per riuscire a chiudere la trattativa con l’Al Sadd. Ma il presidente non ne fa una questione di soldi, piuttosto di cuore. «Ho cercato di dare voce al pensiero e alla richiesta dei nostri tifosi — ha ammesso Lotito —, che hanno eletto Zarate beniamino di questa squadra. Ho fatto in modo che la società non tradisse la loro grande passione e le loro aspirazioni. Un investimento importante che andava fatto non solo per l’aspetto prettamente tecnico, visto che la grande qualità di questo ragazzo è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto per dare un segnale di quanto la Lazio sia ambiziosa e desiderosa di tornare su grandissimi livelli».
Febbre di Coppa: E l’occasione per tornare a grandi livelli si presenterà già mercoledì prossimo. La finale di Coppa Italia con la Sampdoria può consentire a Lotito di conquistare il primo trofeo della sua gestione. «Impegno importante che, sono sicuro, la squadra affronterà nel migliore dei modi», ha detto il presidente. Un appuntamento che, tra l’altro, sta mobilitando la tifoseria laziale come è accaduto solo nelle grandi occasioni. Ieri, primo giorno di vendita libera dei tagliandi per la sfida con la Samp, le ricevitorie della Lottomatica sono state letteralmente prese d’assalto. Il totale dei biglietti venduti è così salito a 50 mila, 18 mila dei quali sono sampdoriani, mentre i laziali sono già oltre 30 mila.
Solidarietà Ma nei pensieri di Lotito c’è anche altro. Come l’obiettivo di rimodernare il sistema calcio. «Quando cinque anni fa parlavo della necessità di avere gli stadi di proprietà mi davano del pazzo, adesso sono tutti d’accordo che questo sia l’unico modo per ripartire ». E spezza una lancia a favore di Rosella Sensi: «Siamo nemici solo in campo. Nel calcio c’è poca riconoscenza e la famiglia Sensi ha fatto molti sacrifici per il bene della Roma».
Lazio – Udinese: prove tecniche di finale!
Vasco direbbe: “Voglio trovare un senso a questa partita anche se questa partita un senso non ce l’ha!”. È inutile girarci intorno, l’incontro di sabato sera che vedrà opposte una all’altra Lazio e Udinese, rientra di diritto in quel novero di gare di fine stagione di cui tutti farebbero benissimo a meno. La salvezza mai in discussione, la certezza quasi matematica di non poter raggiungere l’Europa tramite il campionato, l’imminenza della finale di Coppa Italia, l’interesse pressoché nullo degli stessi tifosi, fanno di questa sfida una semplice amichevole con tre punti in palio. Eppure a ben guardare qualche spunto di interesse è possibile ricavarlo lo stesso.
Se è vero che una finale e la possibilità di accedere in Coppa Uefa siano un’occasione imperdibile per le prospettive future di questa Lazio, è altrettanto vero che ogni gara merita rispetto, a maggior ragione se si svolge in casa dove a proprio sostegno ci sono migliaia di tifosi che ad inizio campionato hanno sottoscritto a proprie spese un abbonamento non certo economico per veder cercar vincere la propria squadra del cuore in ogni partita, per osservare da vicino i propri idoli giocare o per lo meno onorare la maglia che indossano dando tutto in campo. Nonostante una vittoria ed i susseguenti tre punti non siano essenziali per il cammino europeo della Lazio, tuttavia le consentirebbero di scavalcare in classifica la stessa Udinese, magari qualche altra compagine, e di stabilizzarsi così nella parte sinistra della classifica; un bel balzo in avanti rispetto al 12° posto della scorsa stagione. Delio Rossi inoltre potrà usare la partita di sabato per rilanciare qualche giocatore tenuto in naftalina per quasi tutta la stagione come Radu o Del Nero o Meghni, o magari per far esordire negli ultimi minuti qualche primavera, così da valorizzare un settore giovanile che dopo qualche anno sottotono sembra aver ripreso vigore. Gli attaccanti, in particolare Zarate, potranno ambire ad aumentare il proprio score di reti stagionali; Pandev dopo l’infortunio che lo ha bloccato per qualche settimana può accumulare minuti sulle gambe e magari ritrovare il ritmo partita in vista di mercoledì sera; la difesa potrà provare i propri meccanismi, non sempre perfetti, confrontandosi contro un attacco prolifico, in forma e rapido come quello dell’Udinese, così da non arrivare impreparata contro Cassano e Pazzini. La speranza sicuramente per il popolo laziale sarà quella di non assistere un’altra volta all’ennesima inerme violazione della propria arena, come già è accaduto con Chievo, Cagliari, Atalanta, ma ad una degna esibizione, magari ad uno spot italiano del bel calcio, per dimostrare che non solo in Inghilterra o in Spagna i tatticismi esasperati non la fanno da padrone. La Lazio dopo le due ultime sconfitte dovrà andare in cerca di un riscatto, tenendo sempre ben presente che una finale di Coppa Italia se si vuole crescere come squadra e come società non può essere il capo espiatorio di un finale di stagione arrendevole, che chi compra e paga un biglietto merita rispetto, e soprattutto che VINCERE AIUTA A VINCERE!
Di Canio, ecco l'intervista integrale
Sabato 9 maggio, su Sky Sport 1, alle ore 23.30, torna “I Signori del calcio“. Protagonista di questa puntata Paolo Di Canio.
Ecco l’intervista
Ti senti un signore del calcio?
Mi sento uno dei tanti milioni di ex calciatori professionisti che hanno praticato questo meraviglioso sport, uno che ha contribuito a divertire e far arrabbiare i propri tifosi e quelli avversari.
Cosa significa la Lazio nella tua carriera?
Non sono mai riuscito a stare con i più forti e crescere negli anni della grande Roma, con la Lazio che soffriva in B, mi ha fatto scegliere subito la Lazio, forse anche per i colori, il bianco e il celeste. L’ho sentita subito come una missione. Da calciatore sono andato via negli anni in cui la Lazio costruiva le vittorie e sono stato fortunato, perché così forse avrei cambiato squadra. Poi ho rivissuto, da giocatore e da tifoso, la Lazio che doveva rinascere e salvarsi da un fallimento calcistico. Questa è una cosa che porterò dentro per sempre.
Hai iniziato e finito la carriera nella Lazio, dove sei una bandiera, forse per i gol nei derby?
I tifosi ti danno dei ruoli e un’immagine. Io non sono una bandiera come calciatore, ma da tifoso posso dire di aver portato sempre con onore la bandiera. Ho sempre seguito la squadra, ho dato tutto perché aver conosciuto la tifoseria da dentro ha fatto sì che io mi sia sempre impegnato al massimo per la gente che mi seguiva, applaudiva o anche fischiava, ma sempre per amore. Penso che nessuno sia una bandiera perché da un certo punto in poi i soldi annacquano quello che è il sentimento, anche il più puro del mondo. Penso che sia anche facile rimanere nelle squadre quando sono forti e guadagni 5-6 milioni di euro a stagione.
Nel gol contro la Roma nel derby e nel festeggiamento sotto la Curva Sud con quel dito, cosa c’era?
C’era solo un tifoso in campo che aspettava di realizzare il suo sogno, quello di esultare ad un gol della Lazio sotto la curva della Roma. Io non l’ho fatto con la sciarpa, ma con la maglia, che poi è il vestito più importante per un tifoso e per un giocatore. E’stata una gioia immensa.
Una gioia che faceva pensare a te come ad un simbolo di una squadra, invece, poi, vieni ceduto alla Juve. Come l’hai presa?
Per i rapporti che si erano creati ci sono stato male però dissi subito che ero andato alla Juve facendo una scelta, dopo aver esaminato tante cose. All’inizio sono stato messo alle strette perché mi era stato detto che dovevo andare via altrimenti avrei guadagnato le metà. Io avevo 19 anni e lì mi aiutò il mio procuratore Moreno Roggi. Poi, la gente mi ha visto come un traditore e questo mi ha fatto molto male ma ha fatto crescere in me la convinzione che ero più laziale di tanti altri.
Perché nella Juve non sei esploso?
Non sono diventato subito Del Piero anche perché sono arrivato insieme a tanti altri giovani forti. C’era Baggio in grande ascesa, Reuter, Corini, David Platt, Haessler. Era difficile farci giocare tutti. L’idea di Maifredi di farci giocare insieme naufragò subito. Poi, con Trapattoni ho giocato molto, 79 partite di campionato in tre anni, abbiamo vinto la Coppa UEFA. E’ stata una crescita importante a livello professionale e umano.
Con Trapattoni, poi, cos’è successo?
A Palermo, in un’amichevole estiva, fece entrare tre giovani della Primavera prima di me e la presi come una mancanza di rispetto a livello professionale. Quell’anno avevamo vinto al Coppa Uefa e anche se era nell’aria che dovessi andare via, non era giusto far giocare dei giocatori della Primavera prima di me.
Alla Juventus hai conosciuto Vialli?
Vialli è stato un grande maestro, sia nella vita che da un punto di vista professionale. Ricordo che si fermava da solo dopo ogni allenamento a fare dei movimenti in area di rigore per migliorarsi. Mi diceva che la maggior parte dei suoi gol li segnava negli ultimi venti minuti di gioco, quando calava la concentrazione degli avversari. A livello tecnico, nel prendersi lo spazio e calciare verso la porta, è stato uno dei migliori al mondo. Dopo quell’incontro ho fatto molti più gol, soprattutto nei venti minuti finali.
Poi sei andato a Napoli, dove hai conosciuto Lippi?
Sì, era stato mandato via dall’Atalanta. Andai perché il Napoli non aveva soldi, in prestito dalla Juve. Mi ricordo che dopo una settimana Lippi mi chiamò durante l’allenamento dicendomi che qualche dirigente della Juve durante l’estate gli aveva detto di non prendermi perché ero un po’ pazzerello, ma che ero il più grande professionista con cui aveva lavorato. Questo contribuì a responsabilizzarmi a livello comportamentale e a far crescere in me l’autostima in campo. Ci riuscì perché raggiungemmo la Coppa Uefa quando tutti pensavano che retrocedessimo.
Che opinione avevi di Moggi? Rappresentava veramente il potere del calcio?
Una volta mi disse: “Devi andare al Genoa“. E io gli risposi: “No, non ci vado“. E lui replicò: “Se tu non vai là, starai fermo un anno“. Questa non la presi come una minaccia, nel calcio è sempre stato così, mi era successo anche alla Lazio qualche anno prima. Purtroppo il mondo del calcio funziona così, posso capire che possa turbare chi non ha un carattere forte come il mio. In ogni caso, dopo una settimana venne il Milan. Penso di avere visto gente molto più brutta di Moggi, in lui c’era solo l’arroganza, la durezza di un dirigente magari un po’ diverso da altri, ma funzionava così anche in Serie C. Quindi non credo sia stato l’unico.
Dal Napoli al Milan…
Capello mi volle come esterno, anche se poi giocai spesso anche come seconda punta. Avevo giocato una grande stagione nel Napoli e Lippi gli disse che ero pronto per una grande squadra perché a livello fisico avevo lavorato molto.
Capello ti teneva in grande considerazione? E allora come mai la storia è finita con quel faccia a faccia?
Dimostrai come al solito la mia coerenza in occasione di un’amichevole estiva. A fine campionato, avevamo vinto lo Scudetto andammo in tournèe dove di solito si portano i giocatori in prestito, non i Nazionali. Vennero Gualco dalla Cremonese e Desideri dall’Udinese. La prima partita era in Corea, pensavo di giocare e invece Capello disse che dovevamo giocare con la sciabola, non col fioretto. Non ero in formazione e mi arrabbiai molto. Poi andammo a Pechino dove giocai in attacco con Lentini e Baggio, finì 0-0. Capello si arrabbiò molto ed in modo molto severo mi disse che mi avrebbe sostituito con Eranio. Ci rimasi veramente male, reagii prendendo a calcio una bottiglia, cominciò un battibecco e siamo anche arrivati vicini al contatto fisico. Col tempo però, ho capito cos’è la serietà perché nonostante avesse già firmato col Real e nonostante sarebbe andato via dopo quelle tournèe, la prendeva comunque così sul serio.
Come è nata la scelta del Celtic?
Potevo andarci già l’anno prima ma avevo rifiutato perché prima volevo vincere un campionato in Italia. Da piccolo giocavo molto a Subbuteo e già allora ero tifoso del Celtic. Tommy Banks mi voleva ancora e mi sono messo subito d’accordo. Fu un’esperienza meravigliosa.
Hai giocato moltissimi derby. Com’è quello di Glasgow?
C’è tutto quello che è l’espressione di un essere umano: la religione, la politica, la cultura diversa. E’ sentito in una maniera totale come da nessun altra parte. A Roma è sentito più a livello sportivo, però, quello è il più sentito al mondo, per un discorso che va aldilà del calcio.
Poi la Premier League. E’ stato un altro salto di qualità per te?
Sì, è un calcio totalmente diverso rispetto alla Scozia. In Premier League, ho respirato il calcio vero, quello che negli anni si è evoluto ed è diventato il più bello, il più seguito e il più produttivo a livello di risultati.
Hai fatto molte cose buone però quella che si ricorda di più sono le 11 giornate di squalifica per la spinta all’arbitro Alcott…
In una partita contro l’Arsenal, in casa, ci fu uno scontro fra Jonk e Vieira, che aveva giocato con me per sei mesi nel Milan. Volevo dividerli, fermare Vieira. Keown, che mi soffriva molto perché lo facevo ammattire, facendo finta di dividerci, mi diede una gomitata diretta. Io lo presi per il collo e cercai di dargli un calcio sulla gamba. Arrivò l’arbitro e mi fece vedere il cartellino rosso: istintivamente gli misi le mani sul petto mandandolo a quel paese. Non mi ero nemmeno reso conto che lui era caduto, quasi simulando. Fu un errore grave.
Poi, nel West Ham la tua popolarità è cresciuta. Nel 2001-2002 hai fatto 16 gol e sei diventato il miglior giocatore della Premier
Avevo già vinto il premio in Scozia, ma fu un orgoglio vincerlo per la Opta Statistics, che valuta l’incidenza di un giocatore sulle prestazioni di una squadra. Le giurie solitamente prediligevano sempre Henry o i giocatori di squadre più blasonate. Invece feci molti gol e molti assist con grande qualità. Quel West Ham era forte, c’erano molti talenti giovani: Lampard, Ferdinand, Joe Cole, Carrick, Sinclair, James, Kanoutè. Io ero la chioccia e poi diventai anche capitano. Fu un’annata strepitosa.
Miglior giocatore della Premier, ma non convocato in Nazionale
No, perché un allenatore può selezionare chi vuole. Si aveva la presunzione, che poi si ha ancora, di pensare che il calcio italiano sia il più importante e il più difficile. Secondo me in questo momento siamo i quarti in Europa dopo Inghilterra, Spagna e Germania. E, se continuiamo così, andremo avanti a fare figuracce. Un pensierino alla Nazionale lo avevo anche fatto, ci rimasi un po’ male quell’anno.
C’è un episodio che è valso più di un gol e con cui hai vinto il premio fair play, quando hai rinunciato ad un gol perché il portiere era a terra infortunato…
Giocavamo contro l’Everton fuori casa. L’episodio era evidente, il portiere si era fatto male da solo e in Inghilterra in quelle situazioni non ci si ferma. Al momento del cross io mi ero già fermato e Watson, che mi marcava, era andato a difendere la porta. Io ero da solo e con la porta vuota. Se avessi voluto, sarebbe stato facile segnare, ma era una situazione impari. Non mi interessano i complimenti che mi fece Blatter, ma quello che mi ha colpito è stato l’affetto dei tifosi.
Nonostante questo però, sei tornato in Italia?
Era il mio sogno, concludere la mia carriera alla Lazio. Non ho mai dato importanza ai soldi, ma se posso rinunciarci per qualcosa che mi fa stare bene, lo faccio. Non me ne pentirò mai, nonostante come sia finita la mia avventura alla Lazio. Sono stati due anni di conflitti, di critiche in un posto dove ero andato con amore. Mi dicono “chi te l’ha fatto fare?“. Io sono orgoglioso di aver indossato di nuovo quella maglia, di avere fatto subito gol nel derby come 15 anni prima e di aver gioito con il popolo laziale.
Rifaresti anche quel gesto ai tifosi della Roma?
Certo, tremila volte. Quel giorno c’erano molti striscioni contro di me, ma loro non avevano capito che queste cose mi caricano. Dovevano snobbarmi, invece così mi hanno reso più forte. Loro avrebbero preferito perdere 3-0 piuttosto che pareggiare con un mio gol. Lo so, questo è il derby. Hanno sempre sofferto il mio esser attaccato in questo modo alla squadra, loro un giocatore così non l’hanno mai avuto, adesso forse De Rossi incarna il vero leader della Roma perché caratterialmente è vicino ai ragazzi della curva.
La tua appartenenza alla curva di ha fatto passare quasi per un capopopolo, come se tu nella Lazio sfruttassi la vicinanza con i tifosi per avere un futuro
Era assolutamente il contrario, anche perché da persona mediamente intelligente sapevo benissimo che per l’opinione pubblica essere vicino a quella Lazio e a quei tifosi etichettati come razzisti poteva solo danneggiarmi, ma io non seguo l’opinione comune, fintamente perbenista. L’ho fatto perché sono un puro e non dimentico le mie origini, perché le radici sono fondamentali anche se poi si matura.
Con un altro carattere avresti ottenuto di più o di meno nella tua carriera?
Ho avuto problemi per il mio carattere ma ne sono comunque uscito sempre grazie al mio carattere. Fossi stato meno istintivo, rivoluzionario, non so cosa sarebbe successo. Sono felicissimo di quello che ho fatto e di quelli che quando m’incontrano ancora mi ricordano. E poi di aver giocato come se il calcio fosse un “rugby con i piedi“ cercando di abbinare tecnica a grinta, rabbia, intensità.
Sven Goran Eriksson:"Lazio-Samp, la mia finale!"
In Inghilterra è stato travolto dal violento gossip dei tabloid. E in Messico a Sven Goran Eriksson è andata pure peggio. La sconfitta con l’Honduras, il 2 aprile, è costata la panchina della Nazionale dopo appena un anno.
Ma in Italia il tecnico svedese resta sempre uno dei più grandi “Signori” del pallone. Ovunqe è passato (Fiorentina, Roma, Sampdoria e Lazio) si è fatto apprezzare. Nella capitale, sponda biancoceleste, ha pure vinto lo scudetto 2000.
Sven Goran Eriksson, mercoledì all’Olimpico, Lazio e Sampdoria si affrontano in finale di coppa Italia. Sarà anche la sua partita... «Un po’ sì... Proprio per questo non chiedetemi pronostici o per chi farò il tifo. Ho ottimi ricordi di entrambi i club. Vedere Lazio e Samp in finale è una bellissima sorpresa».
Ma dal Messico riesce a seguire le sue ex squadre? «Quasi mai. Della serie A trasmettono Inter, Milan, Juve e poco altro. Si guardano soprattutto Liga e Premier League. La Lazio, però, una o due volte l’ho vista».
Non è più la Lazio dei suoi anni, quella dello scudetto... «Quando c’ero io avevamo uno squadrone. Questa è un’altra Lazio: ma la finale di coppa Italia è il segnale che la strada è giusta».
Il campionato vinto con la Lazio è il punto più alto della sua carriera? «Preferisco dire che è stato uno dei tanti momenti belli. In panchina ho avuto parecchie soddisfazioni. Alla Samp, per esempio, ho vinto solo una coppa Italia ma sono stati 5 anni stupendi».
Parla da ex... Ma la rivedremo in Italia? «Col Messico ho chiuso, ma io voglio continuare ad allenare, cerco una nuova panchina. In serie A, nella Liga o in Premier League non fa differenza. Dell’Italia, però, conservo ottimi ricordi...».
I suoi allievi iniziano a farsi strada in panchina. Mancini, Mihajlovic, Lombardo. C’è una scuola Eriksson? «Macchè scuola... Erano giocatori in gamba è ottimi uomini. Non avevo dubbi sul loro futuro».
Di Mourinho che idea si è fatto? Per certi versi sembra il suo opposto... «José l’ho conosciuto di persona ai tempi del Chelsea, quando io ero ct dell’Inghilterra. E’ un allenatore preparato, sta vincendo ovunque. E’ bravo anche a parlare, ma quello è il suo stile...».
venerdì 8 maggio 2009
Di Canio:"La Lazio una missione."
Paolo Di Canio a ruota libera nell'intervista rilasciata a "I Signori del calcio", rubrica in onda domani su Sky Sport. Di Canio spiega cosa significa la Lazio nella sua carriera. "Non sono mai riuscito a stare con i piu' forti e crescere negli anni della grande Roma, con la Lazio che soffriva in B, mi ha fatto scegliere subito la Lazio, forse anche per i colori, il bianco e il celeste. L'ho sentita subito come una missione. Penso che sia anche facile rimanere nelle squadre quando sono forti e guadagni 5-6 milioni di euro a stagione. Nel gol contro la Roma nel derby e nel festeggiamento sotto la Curva Sud con quel dito c'era solo un tifoso in campo che aspettava di realizzare il suo sogno, quello di esultare ad un gol della Lazio sotto la curva della Roma. Io non l'ho fatto con la sciarpa, ma con la maglia, che poi e' il vestito piu' importante per un tifoso e per un giocatore. E' stata una gioia immensa".
"Rifarei anche quel gesto ai tifosi della Roma? Certo, tremila volte. Quel giorno c'erano molti striscioni contro di me, ma loro non avevano capito che queste cose mi caricano. Dovevano snobbarmi, invece cosi' mi hanno reso piu' forte. In carriera ho avuto problemi per il mio carattere ma ne sono comunque uscito sempre grazie al mio carattere - chiude Di Canio - fossi stato meno istintivo, rivoluzionario, non so cosa sarebbe successo. Sono felicissimo di quello che ho fatto".
Forse qualcuno si ricorda ancora di me
Mi chiamo Vincenzo Paparelli, e sono morto il 28 ottobre del 1979.
Forse qualcuno si ricorda ancora di me. Ero un uomo di trentatrè anni che un giorno fu ucciso allo stadio Olimpico da un razzo a paracadute di tipo nautico sparato da un tifoso ultrà della Roma. Quando sono stato colpito stavo mangiando un panino. Mia moglie Wanda cercò di estrarmi quel tubo di ferro dall'occhio sinistro, ma siccome il razzo bruciava ancora, finì per ustionarsi una mano. Il medico che mi ha prestato i primi soccorsi, dichiarò che nemmeno in guerra aveva visto una lesione così grave. Il giorno dopo tutti i giornali mostrarono una fotografia scattata qualche mese prima, che mi ritraeva in un ristorante insieme a mia moglie. Soltanto il quotidiano Il Tempo pubblicò l'immagine di me, riverso per terra, con la faccia insanguinata e
l'orbita dell'occhio sinistro vuota. Sono stato la seconda vittima del tifo calcistico in Italia, la prima era un tifoso della Salernitana che nel 1963 morì in seguito a degli scontri scoppiati in tribuna con dei tifosi del Potenza. Tra le personalità del mondo sportivo il primo ad accorrere all'ospedale Santo Spirito, dove sono giunto ormai morto, è stato il Presidente del Coni Franco Carraro. Mio cognato quando ha sentito alla radio il mio nome ha pensato a un caso di omonimia. Mio fratello quando ha saputo della disgrazia, ha avuto un forte senso di colpa perché mi aveva prestato la tessera e quel giorno allo stadio al mio posto doveva esserci lui. Mia moglie, che era accanto a me nell'ambulanza, per tutto il tempo mi ha pregato di non morire e mi ha tenuto stretta la mano. Dopo aver sbrigato tutte le formalità in questura e aver ritirato i documenti e i miei oggetti personali, ha avuto una crisi e ha cominciato a urlare. Sulle foto apparse sui giornali i giorni seguenti è ritratta insieme a sua madre che cerca di consolarla e le tiene un braccio sulla spalla. Ha la faccia stanca e scavata, e nei suoi occhi c'è qualcosa di terribile. Il mio nome e quello de i miei familiari sono comparsi sui quotidiani per tutta la settimana dopo l'omicidio e anche quella successiva, ma sempre con minore risalto. Io sono stato definito unanimemente un uomo normale e tranquillo, con un'unica passione, quella per la Lazio. Alcuni quotidiani hanno sottolineato più volte che avevo un'officina meccanica in società con mio fratello e vivevo in una moderna borgata romana chiamata Mazzalupo. Qualcuno ha scritto che avevo comprato il televisore a colori con le cambiali, e il mio unico lusso era un Bmw di seconda mano che tenevo in garage e lucidavo come uno specchio. Dopo la mia morte, il capitano della Lazio Pino Wilson ha telefonato a mia moglie per porgerle le condoglianze. Anche il sindaco di Roma Petroselli ha telefonato, e si è offerto di pagare le spese del mio funerale e ha messo a disposizione della mia famiglia un assistente sociale. Il giocatore Lionello Manfredonia è andato a far visita ai miei familiari regalando a mio figlio più piccolo la sua maglietta con il numero cinque. Al mio funerale c'era tutta la squadra della Lazio, insieme all'allenatore Bob Lovati e al presidente Lenzini. I giocatori della Roma invece non hanno partecipato perché impegnati con la trasferta di Coppa Italia a Potenza, al loro posto la società ha inviato i ragazzi della Primavera. Alla cerimonia funebre hanno assistito migliaia di persone e per quel giorno è stato proclamato il lutto cittadino. La Fondazione Luciano Re Cecconi ha devoluto un milione in beneficenza alla mia famiglia. La giunta regionale del Lazio ha stanziato la somma di cinque milioni come segno di solidarietà. La Società Sportiva Roma ha fatto affiggere una targa in Curva Nord per ricordare la mia persona. Mio fratello Angelo ha proposto alle due società romane una partita Lazio-Roma mista cioè con i giocatori laziali e romanisti mescolati nelle due formazioni, ma alla fine non se n'è fatto niente. Per alcuni giorni sono stato oggetto di un acceso dibattito sulla violenza negli stadi. Il sindaco di Roma ha affermato che bisognava meditare su questa tragedia e discuterne in tutti i club sportivi e nelle scuole. Qualcuno ha proposto che fossero installati negli stadi degli impianti di televisione a circuito chiuso per individuare i tifosi violenti. Il capo degli arbitri, Giulio Campanati, ha chiesto l'abolizione della moviola in Tv. Per alcuni mesi sono state prese drastiche misure repressive: è stato proibito l'ingresso allo stadio di aste di bandiera, tamburi e persino di striscioni dai nomi bellicosi, e anche di spillette e toppe che potessero risultare offensive. Il pubblico doveva incitare la propria squadra solo con la voce e con le mani. Il mio nome è stato, a secondo dei casi, inneggiato e sbeffeggiato dai tifosi della Lazio e della Roma Sui muri della città ancora oggi campeggiano scritte che dicono «Paparelli, sarai vendicato», o «Paparelli non ti dimenticheremo», o anche «10, 100, 1000 Paparelli» o ancora, «Paparelli ti sei perso i tempi belli». In questi ultimi anni i giornali hanno parlato di me, soltanto all'indomani di un nuovo delitto avvenuto allo stadio. Nel 5° anniversario della mia scomparsa, i tifosi mi hanno ricordato prima di una partita con la Cremonese. Sul tartan, all'altezza della Tribuna Tevere hanno spiegato uno striscione con scritto «Vincenzo vive», mentre la curva intonava «28 ottobre Lutto Nazionale». Nel 10° anniversario è stato inaugurato il «Lazio Club Nuovo Monte Spaccato, Vincenzo Paparelli». L'anniversario della mia morte è stato commemorato dai tifosi laziali della Curva Nord per oltre quindici anni, poi da qualche tempo è calato il silenzio. Il torneo di calcio Vincenzo Paparelli è arrivato soltanto alla terza edizione, poi si è fermato per mancanza di finanziamenti. I lavori per le ristrutturazioni dello stadio Olimpico di «Italia '90» hanno cancellato per sempre le curve di un tempo, e con loro la targa di marmo che mi ricordava. Sul motore di ricerca Yahoo digitando il mio nome e cognome racchiudendolo tra virgolette, il risultato dice sempre «Ignored». Nell'archivio del quotidiano il Messaggero, risulta che l'ultima volta che sono stato nominato è il 5 febbraio del 1995, in occasione di un breve articolo sul mio assassino. Il mio assassino si chiamava Giovanni Fiorillo, aveva diciotto anni ed era un pittore edile disoccupato. Subito dopo l'omicidio ha fatto sparire le sue tracce e si è dato alla latitanza. Qualcuno diceva di averlo avvistato a Pescara, qualcun altro a Brescia, qualcun altro ancora a Frosinone, che chiedeva informazioni per comprare le sigarette. Dopo quattordici mesi di clandestinità, si è costituito. Nel 1987 è stato condannato in Cassazione per omicidio preterintenzionale: sei anni e dieci mesi a lui che aveva lanciato il razzo, quattro anni e sei mesi agli altri due complici che lo avevano aiutato a introdurre nello stadio l'ordigno e a utilizzarlo. Durante quel girovagare per l'Italia e per la Svizzera ha telefonato quasi tutti i giorni a mio fratello Angelo, chiedendo scusa e giurando che non voleva uccidere quel giorno allo stadio. Era un ragazzo come tanti, abitava a Piazza Vittorio, era patito della Roma. Sua madre lavorava al mercato, suo padre aggiustatore meccanico. Era gente del popolo, come me. L'articolo sul giornale diceva che Giovanni Fiorillo è morto il 24 marzo del 1993: forse per overdose, forse consumato da un brutto male. Mio fratello Angelo l'ha perdonato, così come l'hanno perdonato mia moglie e anche i miei figli. Una cosa è certa, quel ragazzo è stato sfortunato, così come lo sono stato io. Mi chiamavo Vincenzo Paparelli. Sono morto il 28 ottobre del 1979. Forse qualcuno si ricorda ancora di me.
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